CO2: un antidoto diventato veleno

Per diminuire l’impatto ambientale è necessario ridurre le emissioni, ma anche catturarle per riutilizzarle. La produzione di CO2 è divenuta ormai insostenibile e nuovi sistemi di cattura vengono creati, ma la deforestazione è ancora troppo alta. 

L’anidride carbonica, detta anche biossido o diossido di carbonio (CO2), è uno dei gas naturalmente presenti in atmosfera. Assieme al metano (CH4) e al protossido di azoto (N2O), è il principale gas serra. Si definiscono tali quei gas che, pur naturalmente presenti nell’atmosfera, incidono sull’impatto ambientale. Nel circolo vizioso si inserisce, volente o nolente, anche il vapore acqueo (H2O).

La ragione dell’impatto è che essi (i gas sopracitati) sono presenti per natura in minima e necessaria quantità, ma le attività dell’uomo li producono ed emettono in eccessiva quantità: da ciò lo squilibrio. Il fenomeno detto “effetto serra naturale”, che viene spesso confuso col suo “gemello cattivo” (sic!), garantisce la mitigazione del clima del pianeta: i gas presenti in atmosfera filtrano i raggi ultravioletti e trattengono il calore. Però l’aumento eccessivo di emissioni non garantisce più la filtrazione e il nostro pianeta, così, trattiene troppo calore (l’ormai classico “effetto serra”): a questo punto la nuova norma diventa il riscaldamento globale, e tanto, per fare un esempio, da sciogliere i ghiacciai.

Dalla formula chimica CO2 è stata coniata l’unità di misura CO2e (e = equivalente), in modo da uniformare l’impatto dei gas nella loro totalità. Così l’espressione “un equivalente di CO2” dà l’idea della centralità del ruolo che l’anidride carbonica (CO2) ricopre nel cambiamento climatico.

E se poi al pacchetto si aggiungono anche i gas artificiali (fluorurati), emessi dalle nostre belle numerose antropiche attività, si capisce che – il vero primo obiettivo – è quello di recuperare e sfruttare in maniera ecologica e sapiente ciò che la natura fornisce per se stessa e quindi anche per noi. L'eccesso, se diventa danno, va rimosso.

 

Obiettivo “zero emissioni nette”: che cosa significa?

LAccordo di Parigi, raggiunto il 12 dicembre del 2015, incentivava i Paesi membri EU a lavorare per ridurre le emissioni di gas serra, ridefinendo nel dettaglio le misure di prevenzione contro il cambiamento climatico dell’Agenda 2030, anno entro cui si prevede la riduzione di emissioni di almeno il 55%. Ma non basta: l’Europa si pone l’obiettivo di essere la prima economia a “zero emissioni nette” entro il 2050.

Massimo Tavoni – docente di Economia del Clima, co-autore dell’ultimo rapporto dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate ChangeGruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico) – spiega però che, “l’espressione ‘zero emissioni nette’ di anidride carbonica, significa che dovremo ‘ridurre’ in maniera drastica la quantità di questo gas serra che rilasceremo in atmosfera e ‘assorbire’ quella che non riusciremo a eliminare”. Quindi ridurre, ma anche assorbire.

Dal 1990 al 2019, le emissioni di anidride carbonica ed altri gas sono aumentate del 54%. I motivi principali li conosciamo:

  • Attività industriali
  • Combustibili fossili
  • Deforestazione

Prima di arrivare al 2050 ci vogliono, però, ancora trent’anni. Se quindi vogliamo tenere l’aumento di temperatura entro 1,5°C di media, oltre all’afforestazione, all’utilizzo di fonti rinnovabili e alla “pulizia ecologica” dei metodi industriali, risultano necessarie alternative, come nuove tecnologie in grado di assorbire/rimuovere il carbonio, “il gas che resta maggiormente in atmosfera e che produciamo in maggiori quantità” (Tavoni).                 

Due sono le tecnologie volte alla rimozione di CO2:

  • CCS (Carbon Capture and StorageCattura e Stoccaggio del Carbonio)
  • CCU (Carbon Capture and UtilizationCattura e Utilizzo del Carbonio)

 

Catturare e stoccare carbonio: metodo che pulisce, che sporca o che è vano?

L’azione meccanica per cui l’uomo sia in grado di pulire l’atmosfera come con un panno il davanzale, catturando, trasportando, stoccando CO2 per ridurne l’impatto, prevede lo sviluppo di tecnologie che, al momento, si trovano in parte in fase prototipale, ovvero: o non sono ancora commercializzate su larga scala, o suscitano ancora qualche dubbio se non risentimento.

Sebbene paesi come Canada e Norvegia già catturino e stocchino CO2, la realtà totale della situazione, tecnologica, organizzativa e sanitaria, non è né chiara, né sicura né uniforme

Si può ascoltare qualche voce:

  • Toshikazu Ishihara, ricercatore del Renewable Energy Institute, afferma che le tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio non sono state ancora sufficientemente testate, e che non si hanno a disposizione abbastanza luoghi adatti per stoccare le quantità di carbonio che dovrebbero essere assorbite per ridurre l’impatto. Inoltre, continua Ishihara, “stoccare carbonio significa nascondere sotto il tappeto e posticipare il problema per le prossime generazioni”;
  • Toni Federico, coordinatore del Gruppo di Lavoro degli SDGs 7 e 13 per ASviS (Alleanza italiana per uno Sviluppo Sostenibile), afferma che nella cattura e nello stoccaggio del carbonio (che va trasportato sottoterra), incorrono due problemi che sono il costo energetico e le mancanze ingegneristiche. Continua Toni Federico: “si usa l’ammoniaca per separare il carbonio: ciò genera perdite e rilasci che danneggiano natura e salute umana”;
  • Walter Stahel, uno dei pionieri dell’economia circolare, afferma che il carbonio va catturato e utilizzato come fanno le piante, ma specifica: “solo catturare e stoccare carbonio non risolverebbe il problema”;
  • Shuci Talati, Chief of Staff dell’Office of Fossil Energy and Carbon Management, dichiara: “dove non è possibile passare alle rinnovabili (cemento), la cattura e lo stoccaggio di carbonio risultano essenziali”.

Quindi, anche nonostante i rocamboleschi disastri nel Texas o il buffo cortocircuito in Islanda, sembra che la strada delle tecnologie di cattura sia una strada da battere – da battere meglio, va bene, ma da battere senz’altro: una mano in più fa sempre bene, purché sia salda ed affidabile.

 

Deforestazione: il primo problema da risolvere

Le nuove tecnologie non sono allora ancora complete, o adeguatamente diffuse, ma a portata di mano ne avremmo invece una pronta, verde e naturalmente capace di catturare e utilizzare carbonio (si veda sopra, l’indizio è stato seminato ben due volte). Insomma, qui si parla degli umili alberi che, facendo piccolo o grande gruppo, da bosco a foresta, possono contribuire a rendere un Paese persino carbon negative, ovvero ad essere in grado di assorbire CO2 in quantità maggiori di quelle che emette.

 

Si dice sempre che “il singolo fa la differenza”. Però questa massima, che è vera per la specie umana, è vera anche per quella animale e/o vegetale. Un’ape che scompare può sì essere solamente una, ma, prima una qui e poi una là, presto fanno gruppo di cadaveri, così come gli alberi fanno le foreste. Ragionando su scala maggiore e facendo l’analogia, si può dire che “abbattere solo un albero è come abbattere solo una foresta”

 

Quando una foresta viene tagliata, e il legno bruciato, c’è un rilascio di CO2. Si suppone inoltre che l’albero tagliato e bruciato non possa assorbire molto. Di conseguenza, a furia di tagliare e poi bruciare, le aree si fanno più secche e più desertiche, quindi soggette ad incendi che causerebbero ulteriori emissioni. In tutto questo, la biodiversità diminuisce.

 

Ma perché si abbatte, taglia e poi brucia? La deforestazione ha principalmente due moventi, che portano al ricavo di:

 

  • Terre: per pascoli, produzioni agricole commerciali (caffè, soia, cacao, ecc.), estendere le aree urbane;
  • Legname: per combustione, legno pregiato, truciolato, ecc.

 

Se da un lato, però, può sembrare prezioso e sostenibile avere un terreno in più per un pascolo di pecore, o buona legna per riscaldarsi in inverno, o addirittura una casa in cui potersi riscaldare, dall’altro ci si accorge invece che la medaglia forse non ha solo due facce ma molte più, e che i migliori risultati si ottengono con migliori strategie, quali ad esempio:

 

  • Protezione delle foreste
  • Restauro boschivo
  • Riabilitazione di terreni
  • Aumento della produttività dei campi 
  • Fattorie biologiche
  • Industria sostenibile

 

E questo è tutto vero. Si può dire che uno dei migliori risultati, tramite in primis la salvaguardia delle foreste e poi il rimanente delle suddette strategie, l’ha raggiunto la Tasmania che, dall’emettere 10 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, ne assorbe ora in eguale se non maggiore quantità (carbon negative). 

È vero anche che, le varie strategie, vanno sempre e costantemente correlate, rielaborate e rivedute, a seconda di quando e di dove si possono mettere in pratica. Ma una cosa è certa, e una voce è chiara: Lucia Perugini, ricercatrice del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, dice e ribadisce la cosa più importante: ovvero che “fermare la deforestazione è la priorità per contrastare le emissioni”. Il resto viene solo dopo. Prima di pensare a costruire qualche albero artificiale, è bene pensare a non distruggere quello che, lì da sempre accanto a noi, ci dona frutti, ossigeno ed ombra.

Articolo di Bruno Lusardi




Fonti

wired.it 

renewablematter.eu 

ipccitalia.cmcc

asvis.it

eni.com

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